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CHI Women: indovina chi viene a pranzo
Dopo un anno ritorno a scrivere su GirlGeekLife.com della la ACM Conference on Human Factors in Computing Systems.
Il CHI2012 questa volta si è tenuto ad Austin (Texas) dal 5 al 10 maggio e come ogni anno ha ospitato, oltre alle vere e proprie sessioni della conferenza, decine di workshop, corsi e diversi eventi.
Uno degli eventi a cui ho partecipato quest’anno è stato il pranzo per le Women in HCI, cioè le donne che si occupano di interazione uomo-macchina, sia in ambito accademico che industriale. L’organizzazione dell’evento è stata curata da Marilyn Salzman, presidente della Salzman Consulting e in passato Interaction Strategy e Design Manager per la Sun Microsystems.
Il pranzo è stato ospitato dall’Hotel Radisson di Austin che ha allestito la sala con molti tavoli ad ognuno dei quali era stato assegnato un tema e un’animatrice della conversazione. Le animatrici erano delle senior in HCI che hanno risposto alle domande delle presenti e hanno presentato la loro esperienza in supporto alla nuova generazione di ricercatrici.
Al mio tavolo si è parlato di come negoziare durante un colloquio di lavoro e i successivi passaggi prima dell’assunzione e animatrice e leader della conversazione è stata Justine Cassell. Justine è direttore dello Human-Computer Interaction Institute, della Carnegie Mellon University a Pittsburgh e ha messo a nostra disposizione la sua grande esperienza nell’ambito della negoziazione soprattutto nell’ambiente accademico americano in cui un ricercatore può appunto negoziare i termini della sua assunzione.
Questo evento rappresenta un’occasione molto importante per le donne che come me lavorano nell’ambito della ricerca in HCI perché permette di entrare in contatto con donne di successo e di grande esperienza che possono insegnare i “trucchi del mestiere” ma anche raccontare la loro storia e aiutarci a capire come si “diventa grandi” in questo bellissimo ma difficile mondo. Allo stesso tempo ci permette di confrontarci con donne che stanno vivendo le nostre stesse esperienze magari in posti diversi del mondo ma incontrando le stesse difficoltà ma anche le stesse soddisfazioni.
La comunità scientifica è molto attenta alla promozione della partecipazione femminile e infatti sono molti i movimenti e le organizzazioni che operano a livello mondiale. La stessa ACM (Association for Computing Machinery) ha tra i suoi chapter anche il W-ACM (Committee on Women in Computing) sia per professionisti che per studenti. Anche l’IEEE (Institute of Electrical and Electronics Engineers) ha al suo interno un’organizzazione a supporto delle donne professioniste nell’ambito IT e si chiama WIE (IEEE Women in Engineering).
La prossima edizione del CHI si terrà nel 2013 a Parigi! Spero di poter partecipare ad un altro pranzo delle women in HCI e spero anche di incontrare in quell’occasione molte più ricercatrici italiane!
Wiki Loves Monuments: un concorso per tutti
Una delle due stalle del Castello di Sant Ferran Castle, Spagna - Foto di Asarola (Licenza CC-by-SA)
Sapete che in Wikipedia oltre a inserire spiegazioni, si possono caricare fotografie? Conoscete i monumenti più belli della vostra zona? Avete mai pensato di partecipare a un concorso fotografico?
Se almeno a una domanda avete risposto di sì, allora prendete in mano la vostra macchina fotografica preferita (o il vostro bellissimo smartphone) e iniziate a pensare a quali monumenti vi piacerebbe fotografare. Ma se vi state chiedendo che cos’è un monumento, sappiate che non siete le prime a porvi il problema!
Per monumenti si intende un vastissimo genere di opere che comprende edifici, sculture, siti archeologici, strutture architettoniche, siti naturali e interventi dell’uomo sulla natura che hanno grande valore dal punto di vista artistico, storico, estetico, etnografico e scientifico.
I vostri scatti potranno partecipare a Wiki Loves Monuments Italia 2012, il concorso fotografico promosso e coordinato da Wikimedia Italia, l’associazione per la diffusione della conoscenza libera invita tutti i cittadini a documentare il proprio patrimonio culturale realizzando fotografie con licenza CC-BY-SA, nel pieno rispetto del diritto d’autore e della legislazione italiana in merito.
Il concorso ebbe inizio nei Paesi Bassi nel 2010, quando Wikimedia Netherlands varò l’idea, ottenendo subito un grande successo: al termine della prima edizione furono raccolte la bellezza di 12.000 foto di mulini a vento e monumenti storici olandesi, mentre l’anno scorso sono state raccolte addirittura 170.000 immagini del patrimonio europeo di 18 nazioni. E quest’anno il concorso cresce ancora diventando internazionale.
Ma come funziona? Le regole da seguire per partecipare al concorso italiano sono davvero semplici:
- scattate una fotografia a un monumento con le specifiche indicate sul sito del concorso;
- nel mese di settembre, caricatela sul sito del concorso.
Ogni fotografia entrerà a far parte del grande bacino di Wikimedia Commons, la banca dati multimediale di Wikimedia.
Una volta inserita nel database, l’immagine potrà prendere parte al concorso prima nazionale e poi internazionale: una giuria italiana valuterà le opere e sceglierà i 10 autori più meritevoli, coloro che con il proprio scatto si aggiudicheranno una nomination per la competizione mondiale.
E se il monumento che volevate fotografare non è presente nella lista? Non vi scoraggiate, dovete scoprire chi ne è il proprietario e farvi rilasciare l’autorizzazione a farlo inserire nelle liste del concorso e segnalarlo. Wikipedia è alla ricerca di monumenti interessanti!
Cosa aspettate?
Correte a fotografare il monumento più vicino a voi!
Sopravvivere alle informazioni e non solo
Questi i pericoli e i relativi rimedi per evitarli:
- posta elettronica, un mostro se usata anche come strumento di conversazione e to-do list, che dovrebbe essere organizzata tendendo al principio di “Inbox zero”
- feed RSS, che se non gestiti con strumenti idonei rischiano di restare “da leggere” in eterno
- link utili, non gestibili soltanto attraverso i segnalibri dei browser
- note e documenti, da archiviare in modo razionale soprattutto quando si deve lavorare in gruppo
- odiatissime password, spesso rese banali per la paura di dimenticarsele o, peggio ancora, rese “semi pubbliche” con post it o appunti ad accesso libero.
I consigli suggeriti sono di buon senso (un po’ come nel primo ebook gratuito di Alessandra Farabegoli “Manuale di buon senso in rete”) ma sconosciuti ai più e per questo da ritenersi preziosi. Come l’affermazione che dice:
“La risorsa scarsa non sono le informazioni, ma la nostra attenzione e il nostro tempo”
Una vita da designer – Intervista a Clara Parona
Un percorso che inizia dal design industriale e giunge alla produzione indipendente di videogiochi passando per la più grande realtà di game developer in Italia: Clara Parona ci racconta la sua esperienza e il raggiungimento di una tappa importante, cioè la pubblicazione di Sheep Up! primo titolo per iOS di BadSeed Entertainment, la società che ha co-fondato insieme a Roberto Mangiafico.
Sei una game designer, ma qual è stato il percorso formativo che ti ha fatto approdare al settore videoludico?
Mi sono laureata in Design al Politecnico di Milano: ho iniziato progettando lampade, sedute e piccoli utensili da cucina (cose dell’altro mondo) per poi concludere il percorso universitario con un progetto di tesi a carattere videoludico.
Ho cominciato la mia gavetta lavorando come interaction designer presso un laboratorio creativo, spin-off dell’Interaction Design Institute d’Ivrea e poi quasi 5 anni fa sono approdata in Ubisoft.
Prima di fondare BadSeed Entertainment hai lavorato per tre anni in Ubisoft, una realtà che continua a mantenere una sede italiana anche per la produzione (solitamente le multinazionali del gioco relegano al nostro paese solo uffici di marketing e localizzazione). Com’è cambiato il tuo lavoro di game designer ora che sei in una realtà indipendente?
È cambiato molto, soprattutto in termini di libertà creativa. La soddisfazione più appagante è la possibilità di sperimentare cose nuove, cose diverse: adesso gli unici vincoli che incontro durante il processo di progettazione sono dettati dal mio buon senso. Questa è la parte divertente. Il rovescio della medaglia è che il mio ruolo non è più così definito come prima e soprattutto non si limita alla progettazione. È vero che le dimensioni non contano ma cambiano un po’ le cose: sto imparando a seguire anche la direzione creativa e artistica di ogni progetto, a considerare ogni gioco come un prodotto da vendere curandone il marketing e la comunicazione.
Maggio è il mese in cui è prevista l’uscita di Sheep Up!, il vostro primo gioco per iOS. Cosa ci dobbiamo aspettare?
Un gioco molto semplice che spero vi farà sorridere. Si tratta di un puzzle platform che sfrutta l’accelerometro per il controllo di una piccola pecora giocattolo che rimbalza continuamente. Compito del giocatore è quello di aiutare la pecora a risalire lo scatolone nel quale è stata rinchiusa e riguadagnarsi la libertà. Un solo input, poche regole, una meccanica molto semplice e tanti elementi di gameplay.
Il mercato dell’App Store sembra quasi saturo in questo momento: oltre 100 nuovi giochi vengono pubblicati ogni giorno, si tratta di una bella concorrenza. Avete pensato a una strategia di autopromozione, restando indie, oppure non escludete di cercare un publisher per emergere?
Abbiamo pensato di affrontarlo proponendo un gioco che non fosse l’ennesimo clone di qualcosa di già visto. Per quanto riguarda la comunicazione, al di là dei comuni canali web social, volevamo puntare maggiormente su operazioni virali in stile videocast.
Sheep Up! è nato un po’ per caso. Quando abbiamo iniziato, ingenuamente volevamo fare un gioco più per il piacere di farlo che per venderlo. Poi col passare dei mesi ci siamo accorti che cresceva e più cresceva più tempo gli dedicavamo, diventando così ufficialmente “il nostro primo gioco”. Quindi per Sheep Up! non c’è stata nessuna operazione di fundraising, ma non la escludiamo per uno dei prossimi progetti.
Alla Game Developer Conference che si è tenuta lo scorso mese a San Francisco si è parlato di emozioni come punto di partenza della progettazione di un gioco, in contrapposizione al game design orientato alle meccaniche.
Sono convinta che in fase di progettazione emozioni e gameplay non siano su fronti contrapposti: un buon gameplay suscita sempre delle emozioni e le emozioni aiutano a progettare interessanti situazioni di gameplay. Per quanto riguarda l’approccio che adotto, il processo creativo non ha regole: a volte è l’emozione la prima a prendere forma, sulla quale poi costruire tutte le meccaniche e gli elementi, a volte invece la prima idea parte da una meccanica pulita, semplice e perfetta che va arricchita e personalizzata per garantire un’esperienza di gioco completa.
Un altro argomento molto discusso è stato il processo di prototipazione rapida, quindi un approccio agile allo sviluppo di giochi contrapposto al cosiddetto modello waterfall in cui prima si progetta nel dettaglio e poi si implementa. Qual è la tua esperienza?
Fin dall’inizio dello sviluppo, abbiamo sempre adottato il processo di prototipazione rapida. È la risposta a qualsiasi dubbio legato alla progettazione su carta, ma non deve esserne sostitutivo. Il primo prototipo di Sheep Up! è stato realizzato per testare i controlli e ai tempi, se non ricordo male, avevo progettato su carta solo i primi due livelli e definito un paio di elementi di gameplay. Il prototipo è stato di fondamentale importanza per avere la conferma che il tipo di controllo che avevamo in mente in realtà funzionava davvero. Da quel momento in poi, ho iniziato a definire tutti gli elementi di gameplay su carta prima e prototipati poi con iterazioni di circa una settimana.
Una domanda sull’essere start up in Italia. Quali sono le prime difficoltà incontrate da quando avete fondato BadSeed Entertainment?
Sicuramente la mancanza di agevolazioni non aiuta, anche se con la proposta di legge presentata qualche giorno fa sembra muoversi qualcosa, ma la strada è dura come penso per la maggior parte delle aziende italiane, nuove e non.
Fare networking è la cosa che adesso ci preme di più per l’uscita di Sheep Up! e per farci conoscere. È fondamentale per tutte le nuove realtà e per fortuna ci sono eventi come lo Svilupparty che aiutano molto.
Quali sono i 5 strumenti di lavoro di cui non potresti mai fare a meno?
In ordine di priorità: iPhone – internet – matita – carta – un programmatore!
E per quanto riguarda i software?
Google Docs – Dropbox – Unity – Photoshop – iTunes.
Come entrare in una stanza mostrandosi sicuri di sé?
Ho passato gran parte del 2011 ad aiutare professionisti e titolari di aziende a diventare più sicuri, sia all’interno della loro rete di conoscenze sia all’esterno. Ogni volta che ho tenuto un seminario di formazione incentrato sull’aspetto del networking che riguardasse il “come lavorarsi una stanza”, c’è sempre stato qualcuno che ha chiesto come si entra in una stanza dimostrando sicurezza in se stessi.
Sembra una cosa banale entrare in una stanza carichi di fiducia. O almeno questo è ciò che ci raccontiamo, quando ci interroghiamo sul perché non abbiamo ancora scoperto questo segreto. Cerchiamo di essere onesti, può essere molto scoraggiante arrivare ad un evento di networking e trovare la sala piena di piccoli gruppetti di persone.
A essere sincera ho sempre trovato difficile questa situazione. Questo significa che tendo a evitare di mettermi nella situazione di dovermi “lavorare una stanza” (ma questa è un’altra storia). Così, quando mi trovo a dover entrare in un posto e fare quattro chiacchiere con degli sconosciuti devo sempre farmi un discorso di incoraggiamento, breve e diretto. In questo discorso di incoraggiamento mi ricordo sempre di essere me stessa e inizio a cercare qualcuno con cui avere una prima buona conversazione.
Quindi, a parte un buon discorso di incoraggiamento, come si può aumentare la fiducia in se stessi quando si entra in una stanza?
1. Arrivare prestoA ogni tipo di evento di networking si formeranno piccoli gruppi di persone. Prima arriverete alla serata meno ‘formati’ saranno questi gruppi. È anche molto più facile entrare in una stanza mezza vuota rispetto ad una stanza affollata. Con il proseguire dell’evento queste piccole chiacchiere evolveranno naturalmente in conversazioni più significative. Questo spesso può portare molte persone a smettere di circolare, rendendo più difficile trovare il gruppo in cui entrare facilmente.
2. Andare con un amicoPer molti la paura di entrare in una stanza si aggrava quando si trovano a dover partecipare a un evento da soli. Se si arriva con qualcuno si sa razionalmente che c’è sempre una persona con cui poter parlare. Tuttavia, non commettete l’errore di starvi appiccicati, ricordate di separarvi e di circolare in modo indipendente.
3. Ricordare che non tutti sono a proprio agioDiventa facile convincerci che tutti gli altri stiano sostenendo piacevoli conversazioni e che nessuno vorrà parlare con noi. Questa è una storiella che possiamo raccontare a noi stessi durante ogni evento di questo genere. (E’ una storiella non molto utile, ma che è facile creare.) Ricordate che non tutti stanno parlando serenamente in gruppo, ci saranno sempre persone che inizieranno volentieri una conversazione con voi. Tutto quello che dovete fare è guardarvi intorno e stabilire un contatto visivo con qualcuno nella stanza.
4. Incontrare qualcuno del tuo network all’eventoQuando si può iniziare la serata conversando con qualcuno che si conosce può rendere più facile entrare e familiarizzare con la stanza. Organizzatevi per incontrare una persona all’evento – così saprete che ci sarà qualcuno con cui parlare.
5. Cercare persone in piedi da soleCercate persone sole o piccoli gruppi aperti di persone con cui potete facilmente entrare in contatto visivo e cominciare a parlare. Sarete sorpresi di come le persone vi saranno riconoscenti vedendo qualcuno che proattivamente si dirigerà verso di loro per iniziare una conversazione.
6. Usa affermazioni positiveCome può raccontarvi chi mi conosce bene non sono il tipo da “touchy-feely-hippy-Chickie” e questo genere di cose. Tuttavia, utilizzare affermazioni positive è una cosa che consiglio spesso ai miei clienti. Le affermazioni positive sono brevi affermazioni che dovete ripetervi molte volte al giorno, se necessario. Io personalmente mi ripeto “Puoi fare tutto quello in cui impegni la tua mente”, quando comincio a sentirmi un po’ sfiduciata o un pesce fuor d’acqua. Se vi sentite scoraggiati dal pensiero di entrare in una grande sala piena di gente, cosa potete ripetervi per non farvi perdere la fiducia in voi stessi?
Cos’altro aggiungereste a questa lista?
Il post originale di Heather Townsend è apparso su The Next Women il 26 gennaio 2012. Traduzione Micol Miller.
Net community: istruzioni per l’uso
Esiste una ricetta per far grande e partecipata una community attraverso l’uso dei social network? Sicuramente no, altrimenti tutti la seguirebbero senza sentire la necessità di parlarne. Gli ingredienti però e i modi per dosarli al meglio non sono segreti. E a “metterli sul tavolo” ci ha pensato Claire Wardle con un workshop tenutosi al Festival Internazionale del Giornalismo. Consulente esperta di social media, ricercatrice e docente, la Wardle, che attualmente lavora per Storyful, nel 2011 è stata responsabile per conto della BBC del social media training programme che ha visto la formazione di oltre 3mila giornalisti.
L’informazione, inutile negarlo, è cambiata da quando i redattori di giornali e blog hanno capito che possono affacciarsi agli strumenti sociali non solo per postare il link al proprio articolo (“assolutamente da evitare”), ma soprattutto per coinvolgere il pubblico nella ricerca della notizia e della storia da scrivere oltre che nel confronto su ciò che si è scritto. Tutto questo instaurando un rapporto di interazione costante con la propria community.
“Finché stare su Facebook e Twitter – afferma la Wardle – sarà per chi scrive una parentesi a fine giornata non sarà possibile costruire una solida community. L’interazione con i potenziali lettori nei social network deve diventare una irrinunciabile abitudine”.
Il processo di costruzione della notizia attraverso chi legge non è certo facile, deve essere guidato, programmato, curato. Non ci si improvvisa animatori di una community. Solo investendo tempo ed energia si ottengono risultati. Ecco allora le regole da seguire per costruire solide fondamenta:
- coinvolgere i lettori ponendo domande semplici. Inutile chiedere come risolvere la crisi economica mondiale, chiedete piuttosto di postare un’immagine, un video, un commento su un fatto accaduto;
- fornire istruzioni chiare e dettagliate per condividere informazioni, foto e video. Mai dare per scontato che i frequentatori della community abbiano un buon grado di confidenza con le nuove tecnologie;
- far sentire tutti considerati. Inutile chiedere “Cosa vorreste domandare a Tizio nell’intervista che farò alle 16?” e poi non porre le domande che arrivano dal “social” pubblico;
- scegliere argomenti di interazione a “bassa barriera”, temi di cui la gente parla volentieri. “In Inghilterra, per fare un esempio, sarebbero tempo, sport e animali domestici”;
- andare a pescare dove c’è pesce. La maggior parte delle persone frequenta Facebook e non Twitter. Non potete pensare di costruire una community rinunciando al social network in blu;
- guardatevi intorno, prendete spunto dai casi di maggior successo nel giornalismo collaborativo (su Delicious è presente una bella collezione di buone pratiche);
- respirate e soffiate. Usate i social media non solo per avere informazioni ma anche per diffonderle e condividerle con gli altri;
- non incitate mai a mettere un Mi piace, ad essere il millesimo follower, a condividere per la centesima volta un contenuto. Se fate un buon lavoro le persone vi seguiranno senza abbandonarvi mai.
Fancy e gli altri: ctrl-c a Pinterest?
Home page di Fancy
“Fancy è un luogo dove scoprire roba fantastica, curare una collezione delle cose che ami, ricevere aggiornamenti sulle tue marche e i tuoi negozi preferiti e condividere le tue scoperte”.
Così viene presentato questo simil social network che sta decollando, facendo strage di cuori soprattutto fra le celebrità americane. Incuriosite, ci siamo iscritte per scoprire che in realtà è solo una delle tante copie tra le brutte copie di Pinterest.
Prodotti di Jessica Simpson
Unica differenza è che su Fancy non si crea un catalogo (una simil pinboard) solo per il gusto di condividere con altri le proprie passioni o le cose che ci piacciono. Si crea un catalogo per riempire un carrello di cose da comprare, visto che qui tutto o quasi è in vendita. Per il funzionamento niente differenze: invece che fare Pin su un’immagine che ci piace facciamo Fancy, possiamo invitare gli amici e sbirciare i profili degli altri (personaggi famosi inclusi) per sapere, ad esempio, che al pinco pallino famoso piace il Budda caricabatteria USB.
Tantissimi, ad onor del vero, sono i gadget “sfiziosi” che vi si trovano, quasi a ricordare un vecchio catalogo dell’Euronova di un tempo con le sue pantofole riscaldate a batteria o i nani da giardino. Visto questo, ci siamo anche dette, perché non provare a fare una ricognizione (sicuramente non esaustiva) delle “riproduzioni” di un social network, come Pinterest, che è riuscito a trovare un approccio innovativo indubbiamente giudicato interessante anche da altri. Ci siamo imbattuti (rinunciando alla fine a testare tutti) in:
- Trippy dove condividere foto dei luoghi di viaggio visitati;
- Wanderfly, che sempre in tema di viaggi, un po’ come i Turisti per caso italiani, vuole raccogliere consigli e commenti sui luoghi di vacanza;
- Gtrot che tenta di far costruire percorsi per immagini di posti da vedere in una determinata città;
- Stumbleupon, un servizio di navigazione, dove ciascun membro costruisce un catalogo visuale di siti per i quali esprime giudizio favorevole;
- Delicious, che al pari di Stumbelupon, consente a ciascun utente registrato di inventariare i propri bookmark presentati in veste “Pingrafica”
- Hunuku pensato per la condivisione di foto e video dei “fatti di casa propria”, ovvero delle esperienze familiari vissute che hanno lasciato un segno nella nostra vita;
- Stylepin dove costruire una raccolta di immagini legate al nostro stile, un po’ come se fosse un armadio virtuale da mostrare.
Interrompiamo il viaggio prima di arrivare a parlare dei luoghi sociali quasi riservati a soli uomini come Gentlemint e Manteresting dove si condividono soprattutto “accessori maschili” (armi, coltelli, orologi…un po’ come il reparto giochi bimbo insomma), Dartitup dove l’accessorio è costituito da immagini di belle ragazze fino alle pornboard di Snatchly.
Giunti al capolinea di questo viaggio tra i “siti per immagini” di certo si può solo affermare che, come scriveva Charles Caleb Colton,
“l’imitazione è la più sincera delle adulazioni”.
Le 20 app gratuite indispensabili per Android
Day 63: Android App-liqué - Foto di quinn.anya www.flickr.com/photos/quinnanya/6807778510/
Avete un nuovo smartphone Android e non sapete da quale app iniziare a testare il vostro nuovo gadget? Quali fra quelle segnalate da Google Play nella sezione Gratis alla fine è veramente indispensabile?
È passato circa un anno e mezzo dall’ultimo post sulle app indispensabili per Android: è giunta l’ora di fare un upgrade.
- Viber o WhatsApp, per telefonare o mandare messaggi ai vostri contatti senza spendere un euro (per ora)
- Skype, vedi sopra, in più potete videochiamare
- Barcode Scanner, indispensabile per fare la scansione dei codici a barre sui prodotti e poi guardare i prezzi e le recensioni. È inoltre possibile eseguire la scansione di codici Data Matrix o QR code.
- Instagram o una delle altre app fotografiche già suggerite
- Feedly e Pulse News per leggere i feed RSS
- 3G Watchdog per tenere sotto controllo il consumo del traffico dati settimanale o mensile.
- CamScanner per trasformare il nostro smartphone in un perfetto scanner. Da provare
- ColorNote Notepad Notes o Evernote per prendere appunti. Oppure una di queste app vocali per Android, To-Do list, appunti e task manager
- Dropbox o Box.net, perché vorrete avere sempre con voi tutti i documenti più importanti
- FBReader per poter leggere gli ebook
- GreenPower free battery saver aiuta a tenere sotto controllo il consumo della batteria e a chiudere il wifi quando non serve
- Kitchen Timer o StopWatch & Timer per non scuocere la pasta o non lasciare troppo in infusione il tè
- ConvertPad – Unit Converter o una di queste App gratuite per Andoid utili in viaggio
- SanDisk Memory Zone per controllare, gestire ed eseguire il backup locale e la memoria cloud da un’applicazione gratuita.
- Adobe Reader per leggere e gestire i file pdf
- Facebook for Android e Twitter anche se a volte sono ancora meglio i rispettivi siti in versione mobile
- File Expert è un app per la gestione dei file e altre risorse memorizzate sul telefono Android e Tablet
- Remote for VLC o MX Player per vedere e gestire i video sul nostro telefono
- Tiny Flashlight + LED perché tutte noi almeno una volta abbiamo usato il telefono come torcia
- Adobe Flash Player 11 perché l’Android non è un iPhone
Ne avete altre da suggerire? Avete trovato app migliori di queste? Fatecelo sapere lasciandoci un commento!
I 3 principali Desktop Environment di Ubuntu
Ma, prima di tutto, cos’è un Desktop Environment?
Prima di passare a Ubuntu non ne avevo mai sentito parlare, perché in Windows l’ambiente grafico è parte integrante del sistema operativo e non c’è possibilità di scelta.
Prende il nome di “Desktop Environment” l’insieme dell’interfaccia grafica di un sistema operativo e delle sue applicazioni. E’ la parte che per certi aspetti ci interessa di più, quindi: quella con cui interagiamo tutti i giorni.
Nel mondo Linux esistono diversi Desktop Enviroment (DE), sviluppati da comunità diverse e con obiettivi diversi. Questo non significa però che quando si installa Ubuntu venga installato solo il puro sistema operativo, senza alcuna interfaccia grafica: Ubuntu ha un suo DE di default, che è cambiato nel tempo, e che attualmente è Unity. Ma se anche dopo averlo personalizzato completamente, ancora non ci soddisfa, possiamo sceglierne un altro: KDE per esempio, o Gnome, o XFCE, o tanti altri ancora. D’altra parte è vero anche il contrario: non è necessario usare Ubuntu per poter installare KDE o Gnome, perché sono disponibili anche con altre distribuzioni Linux, come ad esempio Fedora.
In questo articolo vedremo i principali DE attraverso alcune osservazioni più o meno (s)oggettive.
Unity, il Desktop Environment di default
1. Unity
Unity è l’interfaccia di default di Ubuntu, quella che ci si trova davanti una volta finita l’installazione. È stato pensato con l’idea di fornire una user experience coerente attraverso diversi dispositivi (desktop, netbook, tablet, etc.), per essere semplice ed elegante.
Un’attenzione particolare è stata posta all’aspetto “sociale”, quindi sono immediatamente disponibili applicazioni che permettono di integrare diversi social network. Recentemente sono state introdotte le “lenses”, in poche parole un’interfaccia per effettuare rapidamente ricerche in contemporanea tra le applicazioni e sul web.
L'interfaccia di KDE
2. KDE
Confesso, sono sempre stata fan di KDE. Sono passata a GNOME da poco, ma con la prossima release credo che tornerò indietro. Tra l’altro, KDE è stato da poco eletto miglior Desktop Enviroment dell’anno nel mondo Linux.
Mi piace soprattutto perché ha una grafica pulita e “slick”, intuitiva ma esteticamente bella, e facilmente adattabile alle esigenze di ciascuno: più o meno effetti grafici, carattere più grande o più piccolo… L’innovazione più recente è il Plasma Desktop, che consente di aggiungere nuovi widget con grande facilità, scegliendo tra una vasta gamma di possibilità.
Al di là delle considerazioni estetiche e di usabilità, anche il parco applicativo è molto interessante: KDE propone di default una serie di applicazioni come digikam (per la gestione delle foto), o kate (un editor di testo avanzato) davvero complete e ben fatte.
Attenzione, però: una volta scelto un Desktop Environment non stiamo sposando anche tutte le applicazioni che propone di default, la maggior parte di queste è installabile anche su qualunque altro DE. Ma il problema di fondo è che sono pigra, e trovarle già installate è così comodo!
Un aspetto negativo di KDE? Di base non è proprio “leggero” quindi è meno indicato per certi netbook o pc meno potenti, a meno di rinunciare ad alcuni effetti grafici o funzionalità avanzate.
Gnome: accessibilità e semplicità i sui punti di forza
Gnome
Gnome è stato per qualche tempo il desktop di default proposto da Ubuntu. Una delle caratteristiche che lo distingue è l’aver fatto di semplicità e accessibilità i propri principi fondamentali. Il focus dell’ultima versione proposta, Gnome3, è in particolare sulla rapidità di accesso a programmi e documenti, ad esempio con l’Activity Overview, che consente un rapido accesso alle attività correnti, e con il campo di ricerca direttamente sul desktop, in cui basta iniziare a digitare il nome di quel che si sta cercando (file o programma) per vedersi proposti i risultati corrispondenti. Nella suite delle applicazioni di default di Gnome troviamo tra le altre GIMP, un elaborate di immagini evoluto, un po’ il “Photoshop” del mondo Linux!
Questo articolo non esaurisce certo la descrizione della varietà di Desktop Environment disponibili. Un altro esempio è XFCE, i cui punti di forza sono “leggerezza” e velocità, ma esistono numerosi altri DE: a voi scoprire quello che più si adatta alle vostre esigenze!
Questo articolo è stato scritto da Silvia Bindelli, l’ingegnere informatico con la passione per l’open source, che coordina con Flavia Weisghizzi il progetto UbuntuWomen-it.
La realtà in gioco: un libro di Jane McGonigal
È difficile parlare di Jane McGonigal senza sensazionalismi. In pochi anni è diventata uno dei personaggi più influenti dell’industria videoludica, costruendo un visione basata su un singolo ma importante ideale: i giochi possono migliorare il mondo. Attorno a questo concetto, Jane McGonigal ha realizzato giochi, ha tenuto talk, di cui uno anche al TED, e ha scritto anche un libro “La realtà in gioco” (Apogeo, 2011). Il titolo originale del saggio (“Reality is broken”) fa riferimento a una celebra frase di Jane McGonigal: la realtà non funziona, ma i game designer possono sistemarla (una bella responsabilità!). Ma da cosa nasce questa dichiarazione?
Per Jane McGonigal, il gioco è l’attività più produttiva che si possa intraprendere: lo stato mentale che si raggiunge durante l’attività ludica è di grande ottimismo, consapevolezza di poter superare ostacoli anche molto difficili e scarsa paura del fallimento. Attraverso una serie di scambi con lo psicologo Martin Seligman, guru della psicologia positiva, McGonigal ha scoperto che proprio i giochi sono in grado di generare quelle caratteristiche che ci portano a migliorare il nostro stato mentale e a essere più efficienti. Questi elementi, identificati dall’acronimo PERMA (Positive emotions, Engagement, Relationships, Meaning, Accomplishment) sono determinanti non solo per vivere meglio, ma anche per avere un impatto positivo sul mondo che ci circonda. Tanto che lo scorso marzo, alla Game Developer Conference – l’appuntamento più importante a livello internazionale per gli sviluppatori di giochi – Jane McGonigal ha presentato una tavola rotonda centrata sul concetto di design for love, cioè progettare giochi che possano suscitare emozioni positive, in aperto contrasto con il luogo comune che vuole i giochi (e soprattutto i videogame) come artefatti che incitano alla violenza e alle emozioni negative.
Ho conosciuto Jane McGonigal nel 2009 a San Francisco, durante una giornata così calda e soleggiata da terminare con una bella scottatura sulle braccia. In quell’occasione ho seguito da vicino il testing di un suo gioco, CryptoZoo, prodotto dalla American Heart Association (AHA) per motivare le persone a svolgere attività fisica. I tester erano divisi in gruppi, ciascuno dei quali doveva imitare i movimenti di un certo animale di fantasia: correre all’indietro evitando le crepe del marciapiede, procedere facendo sempre un giro intorno ad alberi o pali di segnali stradali, camminare con le gambe piegate ogni volta che si incontra un’auto parcheggiata. Avevo già citato una volta questo gioco, ma non posso proprio evitarlo: immaginate venti-venticinque persone correre in modo folle e scoordinato lungo i marciapiedi di San Francisco, anche là dove le strade sono più in salita, cercando di evitare (o di coinvolgere) i passanti divertiti dalla scena.
CryptoZoo è un gioco urbano, cioè un gioco che ha come piattaforma la struttura fisica cittadina e a cui viene sovrapposto un sistema di regole diverso da quello socialmente condiviso: ecco dunque come le crepe nell’asfalto diventano ostacoli da evitare. Oltre all’effetto immediato di far muovere i partecipanti (in accordo con l’obiettivo della AHA), si raggiunge anche un altro scopo solo apparentemente secondario, cioè la costruzione di una nuova consapevolezza spaziale e sociale all’interno del territorio cittadino che nasce attraverso lo sguardo fuori dagli schemi della routine.
Oggi Jane continua a lavorare nella terra inesplorata dei giochi che ibridano la tecnologia con il mondo fisico. La sua Social Chocolate ha appena pubblicato SuperBetter, social network dedicato all’utilizzo di dinamiche ludiche per vari tipi di attività difficili da portare a termine: diete, routine di recupero da una malattia, riabilitazione. SuperBetter nasce da una brutta avventura passata da Jane in seguito a un incidente domestico. Come lei stessa racconta nel libro: “avevo due scelte, o uccidermi, o trasformare tutto in un gioco”. Indovinate come è andata a finire?
Migliorare il proprio blog: come scrivere un post
Facile, no? Che ci vuole? Apri il backend del tuo blog, clicchi su Add new e scrivi.
Eh no cara la mia girl geek, non è così semplice.
Come puoi vedere dall’infografica qui sopra un post è composto da molte parti e da alcune impostazioni che anche l’infografica dimentica.
Andiamo con ordine:
- Titolo: deve essere incisivo, conciso e dire esattamente quello di cui parla il vostro post. Se state scrivendo la ricetta degli scones non lo intitolate “Che buoni!” (come ho fatto anch’io in passato!). No, il titolo sarà: Scones alle uvette. Sintetico, incisivo, esplicativo. E per favore, niente punteggiatura nei titoli, nemmeno il punto esclamativo.
- Corpo: le prime due righe sono quelle più importanti. In quelle due righe risiede tutta l’attenzione che il lettore medio può darvi: se lo catturate poi va avanti. Un post deve essere conciso, incisivo, arrivare al punto in poche righe. Deve contenere:
- Immagine: cercate un’immagine che rappresenti l’argomento di cui parlate, disponibile in creative commons, senza dimenticarsi l’attribuzione all’autore. Meglio ancora se la foto l’avete fatta voi: è il vostro blog in fin dei conti, no?
- Link: un post senza link potevate anche fare a meno di scriverlo: aprivate il vostro diario e lo scrivevate lì. Invece avete deciso di scriverlo su un blog, online, su internet, perciò alimentatelo con il cibo di internet, i link. I link vanno inseriti in una frase di senso compiuto: non siamo più nel 2000 quando dovevi scrivere clicca qui per far sì che le persone cliccassero su quel testo sottolineato.
- Lista: se state elencando le feature di un’applicazione, gli ingredienti di una ricetta, i siti che frequentate ogni giorno, la vostra routine giornaliera, perché non farne una bella lista? Si vede bene, si legge in fretta, arriva al punto. Spesso ci perdiamo in inutili parole quando invece potremmo risolvere tutto con una semplice e pulita lista.
- Categoria: ogni singolo post all’interno di un blog DEVE essere inserito in una specifica categoria. Non c’è limite al numero di categorie che potete avere all’interno del vostro blog, anche se è meglio che non siano più di 10 e tutte corpose: se controllate e trovate una categoria con un solo post vi conviene inglobarlo in un’altra categoria e cancellare quella meno utilizzata. Le categorie sarebbe meglio deciderle a priori, quando si apre il blog, ma alle volte i blog si aprono così, d’impulso. E va benissimo anche deciderle a posteriori. Perché servono le categorie? Perché non so voi, ma il mio cassetto delle posate ha dei divisori e le forchette non stanno con i cucchiai. E internet funziona così: a scompartimenti. E le categorie del vostro blog sono i vostri scompartimenti. Meglio scegliere una, massimo due categorie per post.
- Tags: ogni singolo post deve avere le sue proprie tags, che non sono le categorie, attenzione. Le tags descrivono le specifiche di quel singolo e unico post, le parole chiavi sotto le quali vorreste essere trovate per quello specifico post. Per tornare all’esempio delle posate, avete lo scompartimento delle forchette, ma ci sono forchette con specifiche precise: da dolce, da antipasto, da pesce… Ecco le vostre tags.
- Usate il grassetto: qua e là mettete in grassetto delle parole chiave che permettano al lettore di scorrere il testo velocemente.
E ricordate che:
- un post non è un saggio sulla metallurgia medioevale in Scanidavia tra il 912 e il 1156, ma un divertissement. E sì, è un divertissement pure se scrivete di marketing o dei serissimi e importantissimi social media: sta su uno schermo e nel 2012 lo schermo significa o lavoro o divertissement e il lavoro non sta online, è inutile che ce la raccontiamo. Lo sappiamo tutte che il lavoro sta in Power Point e Excel!
- un post non è una lettera: a meno che non sia una scelta per quello specifico post, un post non dovrebbe mai iniziare con Cari lettori o Ciao amica. Cari chi? Ciao a chi? Lettori? Mica siete la reincarnazione di Enzo Biagi!
- un post più è utile più sarà letto.
- che scriviate in italiano, inglese o latino classico, la grammatica è vostra amica e alle volte un piccolo ripasso delle regole fondamentali non fa mai male: la d eufonica (questa sconosciuta), la direzione dell’accento su perché… E ricordatevi di controllare sempre i refusi (e detto da me è veramente comico, ma vi assicuro che questi post vengono pure letti da più persone, ma il refuso è sempre in agguato, specie dopo aver pubblicato!).
E prima di cliccare pubblica andate a fare un giretto al parco, a bere un caffè o a svuotare la lavastoviglie. Poi rileggetelo, con calma e attenzione, e se è ancora il caso pubblicate, ma è sempre meglio che non sia a mezzanotte: chi vi legge a mezzanotte? La mamma? Secondo me nemmeno lei.
Twitta come se non avessi follower
“Balla come se non ci fosse nessuno a guardarti. Ama come se non fossi mai stato tradito. Twitta come se non avessi follower”.
Con questo cinguettio di @mashageller si apre la guida “Twitter” di Federica Dardi (Apogeo editore, prezzo di copertina 9 euro e 90). L’autrice, @elisondo sul social network, in 150 scorrevoli pagine di suggerimenti, spiegazioni e istruzioni vuole far conoscere quello che si è distinto come social network del 2011 e che festeggia nei suoi sei anni di vita mezzo miliardo di utenti. La conoscenza di questo “strumento di cicaleggio professionale”, come recita il sottotitolo, è indispensabile. Soprattutto perché solo attraverso la conoscenza si può fare buon uso di ciò che si ha a portata di tastiera, per evitare “quel cicaleggio impotente” di cui ha parlato in modo critico Michele Serra. Cosa si possa dire in 140 caratteri lo si scopre soltanto entrando su Twitter e osservando, come dice la Dardi nell’intervista che segue.
Fatevi convincere, allora. Cinguettate. Vi sentirete meno soli se la guida vi accompagnerà.
Secondo te qual è la cosa meno conosciuta ma importante di Twitter?
Dirò una cosa orrendamente impopolare: il pulsante Smetti di seguire è nostro amico. Twitter sta crescendo e giorno dopo giorno somiglia sempre di più al mondo che siamo abituati a frequentare offline: un luogo meraviglioso in cui incontrare persone e confrontarci con opinioni diverse dalle nostre, ma anche uno spazio in cui è possibile incontrare spammer, robot, troll e persone che per un motivo o per l’altro con il loro comportamento ci infastidiscono. A differenza di quello che accade nelle relazioni faccia a faccia, però, non è necessario né offendersi né scontrarsi, perché abbiamo la possibilità di essere gentili, rispettare il pensiero e le abitudini di tutti e semplicemente, in caso di necessità, girare al largo con un clic.
Aprendo un nuovo profilo Twitter, a meno che non sei un vip, ti senti un po’ solo. Qual è il consiglio da dare ai “neonati” per non mollare il social network?
Non fatevi prendere dall’ansia da prestazione e dalla fretta di cinguettare, ma leggete. Prima che un mezzo di espressione Twitter è il luogo perfetto per trovare news sempre fresche, informazioni specifiche per chiunque sia interessato a quei temi di nicchia che i media mainstream tendono a ignorare e risorse interessanti portate a galla dalla magia della serendipity. Prendetevi tutto il tempo che vi serve per ambientarvi.
Nel libro si dice che non esiste una ricetta per il successo su Twitter. Tu hai raggiunto quota 2.800 follower. Come pensi di aver “fidelizzato” i tuoi ascoltatori?
Ehm… onestamente? Non ne ho idea. Forse sono solamente stata fortunata ad aver incontrato altre persone che, come me, hanno voglia di condividere il loro amore per quello che fanno.
Una delle parti più gustose del libro è il galateo. Puoi dirci qual’è la cosa peggiore che si può fare cinguettando?
Una delle cose che personalmente trovo più fastidiosa è l’abitudine di abusare degli hashtag, specialmente quando diventano TT (Temi di Tendenza). Il voler essere presenti a tutti i costi in quei flussi di contenuti popolari in alcuni casi porta le persone a infarcire i loro tweet di hashtag che non aggiungono niente alla conversazione – anzi sono a malapena connessi a ciò di cui si sta discutendo – e rendono gli update un groviglio illeggibile di #.
Oltre Twitter, quale social network consiglieresti e perché? E quale invece vorresti veder sparire?
Devo confessare che Twitter è l’unico social network “generalista” che amo frequentare. Non riesco, per esempio, a trovarmi a mio agio su Facebook perché non riesco a percepirne fino in fondo l’utilità, mentre amo tutti quegli spazi che riescono a rispondere a esigenze specifiche: da YouTube che utilizzo come colonna sonora a LinkedIn, indispensabile per costruire e coltivare una rete di legami utili in ambito professionale.
Suggeriscici tre nomi imperdibili su cui fare Segui
Che domanda difficile! Seguire o meno qualcuno è una cosa molto personale, un po’ come innamorarsi: nessun altro oltre noi stessi può sapere “chi è la persona giusta”. È una cosa che bisogna scoprire da soli, con l’esperienza.
Posso però dirvi chi io, dal mio personalissimo punto di vista, non potrei mai smettere di seguire @einaudieditore: senza di lui il mondo dei libri sarebbe troppo grande e serioso per essere appassionante, @gg: una finestra sempre aperta su spazi aperti e scenari in mutamento, @gluca: il lato minimale (e proprio per questo prezioso) del marketing.
La biblioteca diventa digitale
Book Drop by Underpuppy
Cosa sono gli e-book lo sappiamo. Li conosciamo, li usiamo, facciamo continui confronti tra le prestazioni dei supporti, ci suggeriamo materiale da scaricare, accumuliamo, accumuliamo e accumuliamo. Com’è tipico dell’era digitale.
A fronte di questo movimento e cambiamento che la cultura più classica, cioè quella della lettura, sta subendo una fra le più classiche delle istituzioni – la biblioteca! – ha deciso di non perdere terreno.
Digitalizzare per non smarrire, quasi a voler creare una moderna arca di Noè. La Biblioteca di Alessandria insegna (!).
Digitalizzare per rendere fruibile, per essere a portata di un click, per realizzare un’unica comunità culturale.
MediaLibraryOnLine (MLOL) è la prima rete italiana di biblioteche pubbliche per il prestito digitale. Circa 2.200 biblioteche aderenti per un bacino d’utenza di oltre 10 milioni di abitanti.
Cosa offre?Tramite il portale è possibile consultare gratuitamente la collezione digitale della propria biblioteca: dalla musica ai film, dagli e-book ai giornali e poi banche dati, e-learning e molto altro.
Il servizio è utilizzabile sia dalle postazioni della biblioteca sia da casa, dall’ufficio e dalla scuola. Non sarà più necessario recarsi fisicamente in biblioteca per vedere un film o ascoltare musica. Inoltre alcune tipologie come Audio e E-Book comprendono risorse di download gratuitamente scaricabili.
Per poter utilizzare MediaLibraryOnLine è necessario essere iscritti ad una delle biblioteche che aderiscono al network e chiedere al proprio bibliotecario un account. In seguito, in possesso di uno Username e una Password, sarà possibile navigare in totale libertà sfruttando le risorse offerte dal portale relativo al proprio Ente di riferimento, dal Sistema Bresciano a quello Bergamasco e così via.
Sempre presenti sulla pagina ci sono un Help Desk tramite il quale è possibile inviare una richiesta di assistenza in tempo reale e una sezione Info all’interno del quale si trovano FAQ, guide alla consultazione e rassegne stampe.
Sarà, inoltre, possibile verificare in ogni momento i dati e le caratteristiche del proprio Account, gli e-book in download, i prestiti e le prenotazioni attive.
MediaLibraryOnLine mette a disposizione tutti i contenuti del catalogo ma rende effettivamente consultabili per ogni utente solo i contenuti acquistati dalla biblioteca o ente di riferimento dello stesso.
MLOL si comporta, quasi, come un qualsiasi motore di ricerca; è possibile, quindi, fare ricerche per parole chiave, navigare per argomenti o navigare per tipologie.
La ricerca per parole chiave permette, chiaramente, di restringere il proprio campo di ricerca e ottenere dei risultati suddivisi per tipologia di risorsa (audio, video, e-book, ecc.). Naturalmente è possibile restringere il campo di ricerca ad una sola o più tipologie fin dall’inizio tramite un filtro e/o la ricerca avanzata.
È possibile, poi, una ricerca per argomenti tramite il box di scorrimento che si trova al centro dell’home page (da arte a cinema, a informatica, a economia, a giurisprudenza).
Infine risulta semplice anche navigare per risorse. Tramite un altro box, posizionato a sua volta al centro dell’home page, è possibile avere accesso all’elenco di tutte le tipologie presenti sul portale: audio, e-book, quotidiani, periodici, audiolibri, video, banche dati, e-learning e immagini.
Risorse Audio: centinaia di generi musicali, in streaming e in download (massimo tre MP3 a settimana gratuiti e legali), album di compositori classici, registrazioni originali e molto altro.
E-Book: circa 7.500 e-book in streaming dai cataloghi di tantissimi editori italiani e migliaia di bestsellers e classici della letteratura italiana e straniera da scaricare e tenere in prestito per 14 giorni sul proprio computer o dispositivo mobile.
Oltre alle due principali risorse su MLOL si possono trovare: quotidiani e periodici (oltre 1.700 titoli leggibili ogni giorno nella loro versione cartacea digitalizzata); audiolibri; video (documentari, film storici, filmati originali); banche dati; e-learning (corsi di formazione pensati per essere seguiti direttamente sul computer); immagini.
Non ci sono più scuse quindi per non leggere, guardare, ascoltare, informarsi. Nemmeno la pigrizia! Per cui leggiamo, guardiamo, ascoltiamo e informiamoci.
La realtà virtuale: cos’è e a cosa serve
CAVE, Foto di dpape, Flickr
Giornali, cinema e televisione continuano a citare la Realtà Virtuale. Ma cos’è davvero e a cosa serve?
Si parla di Realtà Virtuale (in inglese Virtual Reality, VR) in riferimento a tutte quelle tecniche che permettono di indurre esperienze sensoriali di luoghi o oggetti, reali o immaginari, che vengono simulati per mezzo di tecnologie informatiche.
La Realtà Virtuale è percepita come una nuova tecnologia che si prefigge di alterare in modo considerevole il modo in cui gli individui possono interagire con il computer. Come lo stesso nome suggerisce, introduce la volontà di creare una dimensione “parallela” nella quale l’utente si immerge. La sua principale caratteristica è un forte senso di realtà: si intende quindi una simulazione della realtà effettiva.
Questa simulazione, ottenuta con il più alto grado di realismo possibile, deve coinvolgere i sensi dello spettatore (vista, udito, tatto) il quale ha l’impressione di divenire parte di un mondo reale (assimilabile ad un ambiente verosimilmente reale) o immaginario. Può essere quindi considerata come una vera e propria esperienza di tipo mentale: il soggetto crede realmente di essere in quel mondo e di potervi interagire, esattamente come accade nel mondo reale.
Sono due le principali caratteristiche di questo ambiente virtuale:
- La percezione reale dell’essere in quel mondo. Sensazione amplificata dall’uso di apposite strumentazioni e di immagini;
- La possibilità di interagire con movimenti di corpo, testa e arti aumentando la sensazione di potersi impadronire di quella dimensione.
Attraverso questo nuovo mezzo il soggetto vive in prima persona la sensazione di coinvolgimento, dimostrando un’effettiva partecipazione, nonostante gli oggetti e gli spazi con i quali si ritrova a interagire esistano soltanto nella memoria del computer e nella propria mente. Il soggetto non è quindi più soltanto un semplice spettatore di ciò che accade sullo schermo (come può accadere, ad esempio, durante la proiezione di un film) ma ha una partecipazione attiva.
Il processo di interazione con gli oggetti virtuali accade veramente, anche se ovviamente non può essere comparato a ciò che accade nel mondo reale. Per poter ottenere determinati risultati bisogna essere dotati di un’interfaccia grafica (rappresentante il mondo virtuale) e, in particolare, tre principali variabili devono essere manipolate:
- Spazio: questo elemento può essere modificato a piacere. Questa possibilità è data dal fatto che si tratta di un ambiente simulato e non dello spazio reale.
- Tempo: la percezione di questa grandezza può essere molto differente a seconda delle situazioni in cui ci si viene a trovare e di quello che accade attorno all’osservatore.
- Interazione: ambienti e situazioni non sono statici ma sono generati a seconda dei comportamenti dell’utente, il quale è quindi protagonista degli avvenimenti.
A seconda del grado di immersione e coinvolgimento, si distinguono a questo punto tre tipi di VR:
- Realtà Virtuale Immersiva (IVR): si definisce immersiva quando è in grado di creare un senso di immersione di tipo sensoriale nell’ambiente tridimensionale generato dal computer. Tale sensazione è aumentata dalla possibilità di interagire in tempo reale con gli oggetti raffigurati nello spazio virtuale;
- Realtà Virtuale Non Immersiva (Desktop VR): Il nuovo setting non viene percepito come reale poichè manca la sensazione di coinvolgimento in prima persona;
- Realtà Aumentata (Augmented Reality, AR), permette di sovrapporre le immagini generate dal computer a quelle reali aumentandone il contenuto informativo (si pensi al celeberrimo film Robocop, dove il protagonista attingeva informazioni sul mondo e sulle persone proprio attraverso dei dati che venivano sovrapposti alla vista).
Per cosa può essere utilizzata la VR?
Virtual Reality - Fonte Wikipedia
L’effettivo utilizzo della realtà virtuale e delle sue tecnologie sono molto ampi. Dal mercato videoludico (videogiochi, film, cinema) fino a scopi medico-terapeutici (riabilitazione, rieducazione).
Allo stesso modo i due mondi ludico e “pratico” si possono unire dando così vita ai serious games, che sono dei videogiochi creati appositamente per insegnare alle persone come risolvere un problema o abbattere un ostacolo (ad esempio per quanto riguarda la formazione del personale addetto a vari compiti). Lo scopo primario dei serious games è, infatti, educare il soggetto alle corrette procedure con basi di applicazione che spaziano dalla difesa alla sanità, la gestione delle emergenze, l’ambito scolastico ed educativo. Si immagini uno scenario in cui dei paramedici devono aiutare un paziente, o ancora deve essere gestita un’emergenza quale un incendio o un terremoto.
Gli utilizzi della Realtà Virtuale sono molto vari e possono essere impiegati in modo importante. Attraverso la ricerca e lo sviluppo vengono messe a punto applicazioni sempre più potenti e precise e speriamo che davvero, in un futuro non troppo lontano, questa tecnologia possa diventare di uso comune.
Evernote: le tue note ovunque e dovunque
Pensate ad Evernote come a un fantastico blocco note virtuale ospitato in cloud dove i nostri dati, protetti e cifrati attraverso crittografia SSL, sono sempre raggiungibili e sincronizzati con la possibilità di condividerli anche con altri utenti.
In Evernote possiamo archiviare Note in differenti formati e quindi testuali, file pdf importati che possiamo leggere in un secondo momento, note audio registrate col microfono e anche immagini.
Le Note possono essere raccolte e categorizzate in contenitori gerarchici attraverso i Taccuini che a loro volta potremmo raggruppare sotto degli Stack (contenitore padre).
Inoltre per facilitare la ricerca e l’archiviazione delle Note è possibile applicare dei tag.
Ecco un esempio di Stack, Taccuini e Note.
Ma la grande forza di Evernote è data dal fatto che possiamo utilizzare questo applicativo su una grande varietà di piattaforme perché ne esiste una versione per Windows e per Mac oltre naturalmente a quella per iPhone, iPad, Android e Blackberry.
In più possiamo accedere a Evernote anche attraverso un qualsiasi browser collegandoci al sito ufficiale sempre usando la nostra Login e Password preventivamente creata. E’ qui infatti che sarà ospitato lo spazio personale di ogni utente e nel quale saranno archiviati i suoi dati che saranno costantemente sincronizzati.
Ancora non vi basta?
Ebbene Evernote esiste in versione gratuita con la possibilità di archiviare fino a 60 MByte al mese e in versione Premium a pagamento con 1GByte di spazio mese. A parte lo spazio per l’archiviazione, la versione client del programma è totalmente gratuita in tutte le sue varianti.
Inoltre Evernote è anche corredato da interessanti applicazioni aggiuntive eccone alcune:
Evernote food: con il quale possiamo fotografare i nostri piatti preferiti. Il suo motto potrei dire che è “Cucina, inforna, fotografa, memorizza in Evernote Food per non dimenticare i tuoi capolavori culinari e poi mangiali!!”
Evernote Hello: questa curiosa ma simpatica applicazione vi consentirà di allegare una foto ai vostri contatti così da non dimenticare che faccia anno. Per capire meglio come funziona però vi rimando al video ufficiale su http://youtu.be/8MIX-iTFVJk
Skitch: ci aiuta ad aggiungere testi e annotazioni ai nostri schizzi o alle nostre foto per renderle più comprensibili e descrittive come in questo caso.
Clearly: l’ho scoperto di recente ed è comodissimo perché rende più facile la lettura di qualsiasi pagina web eliminando i cosiddetti ‘elementi di disturbo’ come banner pubblicitari, sidebar etc. etc. inoltre la visualizzazione prodotta da Clearly può essere facilmente stampata (anche in .pdf) o ritagliata attraverso la Web Clipper per tramutarla in una Nota.
Questa per esempio è la versione clearly di questa pagina http://www.blogfamily.it/339_tagliatelle-ai-funghi-porcini/
Web Clipper: semplicemente comodissima! Supportata da numerosi browser permette di ritagliare tutto quello che vediamo sul web e salvarlo su Evernote. Più facile suggerirvi di installarla che descriverla. La Web Clipper inoltre è integrata anche in Clearly.
Come lo utilizzo?
Beh ultimamente sto sperimentando un nuovo metodo di gestire Note e Taccuini, inizialmente creavo differenti Stack e sotto creavo Taccuini a seconda di quali tipi di Note dovessi archiviare. Col tempo però ho sperimentato che mentre su iPhone, gli Stack sono visibili così come nella versione client per Pc e Mac, su iPad al contrario non sono previsti perciò i Taccuini risultavano mischiati generando confusione perché venivano elencati in ordine alfabetico e non secondo lo schema dei miei Stack.
Il tutto ovviamente risultava estremamente confuso perciò per ora sto adottando un altro metodo identificando i Taccuini con dei numeri come esposto in figura:
Considerate che lo uso per archiviare qualsiasi cosa, dalle ricette di cucina, al diario del bambino, dai manuali di elettrodomestici al prontuario medico, dalle attività legate al blog, alla stesura di How To come questo, per la gestione dei miei progetti personali alla wish list, insomma potete usarlo praticamente quasi per qualsiasi cosa basta solo un po’ di fantasia.
Quello che ancora mi manca in Evernote è il Calendario e la sezione Attività che ora gestisco con Gmail anche se c’è chi usa Evernote come strumento GTD/ZTD.
A questo punto se sono riuscita ad incuriosirvi raccontandovi in cosa consiste Evernote potrebbe interessarvi leggere anche le user-story di alcune affezionate utilizzatrici:
Altri link utili:
Test: sei anche tu una geek mom?
Html for babies
Quattro anni fa quando insieme alle mie amiche geek abbiamo deciso di aprire questo blog tutto avrei pensato tranne di diventare madre di tre piccoli Tamagotchi nel giro di tre anni.
Non sapevo niente di neonati tantomeno di bambini. Tante cose sono cambiate da allora, una cosa però è rimasta invariata: sono sempre un’inguaribile girl geek. Se sono sopravvissuta una cosa è certa: devo ringraziare la Rete e il mio inseparabile smartphone.
Ho cercato in rete un test tipo quello che girava qualche anno fa, ma dedicato alle donne e in particolare alle madri, ma non l’ho trovato. Così ho deciso di crearne uno. Mi aiutate a completarlo?
Mom Geek Test version 1.0- Prima di scegliere il nome dei tuoi futuri figli hai googolato nome e cognome per vedere se già qualcuno al mondo si chiama allo stesso modo e che reputazione ha. Omonimi sì, ma solo di gente per bene
- Quando passa il Roomba a pulire la stanza lo chiami per nome e lo saluti
- Hai rinominato la rete wifi con la prima parola che ha detto tuo figlio (ahgugu, tataita)
- Hai già assicurato i nomi dei tuoi bimbi sia come nomi di domini sia come account di Twitter. E non ti sei limitata al .it
- Per far addormentare il piccolo hai utilizzato almeno un paio di volte l’app White Noise o la ventola del PC
- Durante la gravidanza hai installato almeno una decina di App perché le dovevi testare tutte. Nessuna era perfetta, ad aver avuto tempo ne avresti creata una tu
- Sai a memoria il codice fiscale di tutti i tuoi figli però ti confondi ancora sulla data di nascita del marito
- Gli hai comprato almeno una maglietta o un body su ThinkGeek
- Gli compri tutto online, i pannolini usa e getta dalla Germania, le scarpe dall’Inghilterra
- Hai installato un super media center per dare un senso al possesso della TV, in modo da utilizzarla per vedere e ascoltare video e foto che hai sparsi per i tuoi computer e HD in casa
- Hai chiesto all’elettricista una presa ethernet in tutte le camere al posto della presa TV
- Non aveva nemmeno compiuto un anno e tu già gli avevi regalato il LEGO DUPLO Large Brick Box
- Mentre gli prepari la colazione aggiorni almeno 10 status su Facebook e fai partire il backup del blog
- Editi con lui le pagine di Wikipedia correggendo un refuso. Hai appena generato un grammar-nazi. Non avrà vita facile in questa società fatta di puntini di sospensione a profusione
- Il suo primo vestito di carnevale è stato un personaggio di Star Wars, mentre all’asilo regnavano i disegni di arlecchino
- Mentre sei al telefono col pediatra googoli il nome delle medicine che ti ha appena prescritto
- Non vesti tua figlia di rosa e il primo pigiama che hai preso per lui aveva il disegno di un robot
- Il tuo mantra durante le ore di tantrum dei piccoli è “Che la forza sia con te”
- Quando cercano di opporsi a una regola che gli hai imposto guardi i tuoi figli negli occhi e placidamente sussurri “Resistance is futile”
- Il tuo smartphone è per metà una sala giochi per metà un media center. Ah, sì qualche volta squilla pure
- La prima cosa che vorresti fare per l’asilo è aprirgli una fan page su Facebook. Per il blog aspetti, che lo sai poi son solo rogne che ti tocca gestire
- Hai un travaso di bile quando il pediatra ti fornisce il numero di fax perché la casella di posta no “Non l’ho ancora attivata, ci manca anche quella”
- I tuoi figli hanno già un blog privato, loro non lo sanno, ma un giorno ti ringrazieranno, te lo senti
- Quando nessuno frigna la prima cosa che fai è controllare la posta, la seconda dare una ai file lasciati sbadatamente sul desktop
- Hai almeno un calendario online condiviso con il padre, dove segni visite mediche, riunioni della scuola, feste di compleanno
- Ancor meglio, hai installato una Intranet di famiglia, peccato siano ancora troppo piccoli per usarla al meglio. Il padre dovrebbe impegnarsi di più
- I tuoi figli non guardano la televisione ma l’iPad, dove hai installato giochi per lui di tutti i tipi. Per poi pentirtene
- Durante la gravidanza hai “letto quel maledetto manuale”, The Baby Owner’s Manual: Operating Instructions, Trouble-shooting Tips and Advice on First-year Maintenance (Owner’s and Instruction Manual). Non c’è stata ostetrica, puericultrice o mamma che abbia avuto più influenza su di te
- Guardi le mail delle altre mamme scoprendo i nick peggiori, e storci il naso quando leggi @libero.it o peggio, @hotmail.com. No, loro non potranno essere mai tue amiche
- Usi Doodle per organizzare la cena di classe. Tutto quel giro di email, sms per decidere una data lo trovi irritante
- Ti chiamano per sistemare il PC della classe, non puoi dire di no. Ti penti di aver rivelato ai figli la tua professione, la prossima volta nella vita tu farai la cassiera al supermercato
- Per fare le ricerche si usa solo internet: la loro frase è “cerchiamo con Google”. Have you ever heard about enciclopedia? Biblioteca?
- Più della metà dei tuoi board su Pinterest contengono la parola “Kids”
- La definizione mamma 2.0 ti sta stretta, anzi la trovi orribile, molto mainstream. Tu sei geek, o se proprio proprio devi una tecno mamma
- La sera per rilassarti fai a maglia, anzi no knitti. E gli schemi li trovi su Raverly
- Anni fa hai aperto *anche* un account su Myspace ma te ne eri completamente dimenticata, credendo avesse fatto la fine di Splinder. E invece no è ancora lì. Corri a cancellarlo prima che i tuoi figli scoprano che avevi la bacheca piena di gif animate glitter
- Gestisci le liste della spesa con Evernote, anche quelle condivise con il padre
- Hai una vera idiosincrasia per le feste di compleanno di classe, quelle con tanti bambino e tante mamme. La tua socialità si è letteralmente compromessa ultimamente, non ce la potrai mai fare a relazionarti con tutte quelle madri. Anche se non sei mai stata una Hikikomori preferisci relazionarti con i tuoi amici comodamente seduta sul divano e il laptop sulle ginocchia, sorseggiando un tè o una birra, mentre fai shopping online e leggi le novità via feed reader (bliss!)
- Se non ti sei ritrovata in nessuna delle precedenti voci ma leggi regolarmente il nostro blog il motivo è uno solo: sei una insanabile nerd!
- Hai fantasticato spesso e pensato a come sfruttare al meglio quella meraviglia che si chiama Arduino e la funzione if-then-else. Se il pupo piange in solo in camera sua allora fammi uno squillino sullo smartphone che io sono fuori in giardino altrimenti dondola il lettino. Se le piante sono a secco di acqua allora falle twittare che han sete. Se piangono la notte allora fai partire lo scalda biberon che io intanto mi alzo con comodo…
Tecno mamma part-time, 1-13 like
Se hai scosso la testa solo a un terzo di questo elenco allora c’è ancora speranza per te. La tecnologia ti semplifica la vita sì, ma usi ancora il buon senso nelle difficoltà senza correre a chiedere consigli a dr. Google. Potresti sopravvivere una settimana in campeggio senza corrente elettrica. Ma come fai?
Cyber mom, 14-26 like
Tecnologica sì ma con moderazione. Ti presenti alle riunioni di classe senza iPad e chiacchieri divertita con la signora acconto a te, ricordandotene il nome. Il tuo smartphone non ha il sistema operativo aggiornato e non te ne vergogni.
Geek mom pro, 27-40 like
Ti sei riconosciuta in tutte queste affermazioni? Evviva, non sei sola! Quasi quasi al posto degli orecchini a tua figlia installeresti un piccolo Gps, al maschio invece un tasto Standby o Sleep mode. Quando non ti riesce la pizza che state facendo insieme ti stupisci che non ci sia la possibilità di fare un Undo, il multitasking ti ha rovinato completamente il sistema nervoso.
N.d.a. Questo post è solo parzialmente autobiografico.
N.d.a. 2 Proprio mentre stavo scrivendo questo post è stata lanciato SavetheMom, un family planner che sembra faccia al caso di noi mamme geek
DRM: questo sconosciuto
"Security" di Zezahn
DRM: che cosa sono?DRM è l’acronimo di Digital Rights Management e si usa per indicare una tecnologia creata con l’intento di controllare l’uso di un contenuto digitale. In pratica, attraverso un DRM un editore può tentare di imporre ai lettori delle regole sull’utilizzo di un ebook; una casa discografica può provare a impedire la copia di un file MP3; una software house può cercare di limitare l’uso di un programma a un certo numero di utenze.
A cosa servono?I DRM nascono dal tentativo di controllare gli aspetti legati alla distribuzione e all’utilizzo dei prodotti digitali, per tutelare il diritto d’autore e gli altri diritti connessi, limitando la diffusione di copie illegali.
Ma sono tutti uguali?No, esistono diversi tipi di DRM, più o meno diffusi, più o meno attuali, più o meno invasivi.
Quali sono le alternative?Nell’editoria, la scelta si riduce generalmente a tre strade.
- Non applicare nessun DRM. In questo modo acquistare un ebook è equivalente ad acquistare un libro cartaceo, ma con i vantaggi del digitale: possiamo leggerlo, prestarlo, regalarlo, ma anche stamparlo, copiarlo, condividerlo, senza alcun limite oltre quello legato alla compatibilità tra formato ed ebook reader (ma questa è un’altra storia…).
- Applicare un soft DRM, cioè una forma di protezione non invasiva, come il social DRM. Grazie a questo tipo di DRM, spesso chiamato anche filigrana o watermark, il file viene semplicemente personalizzato con le informazioni del suo legittimo proprietario. Per fare il paragone con il libro cartaceo, è come acquistare un prodotto su cui è applicata un’etichetta con nome, cognome e l’indirizzo di casa: non ci faremo scrupoli a condividerlo con tutti coloro di cui abbiamo fiducia, ma esiteremo prima di distribuirne copie illegali.
- Applicare un hard DRM, come il famigerato DRM Adobe. Questo sistema di protezione consente all’editore di definire a priori il modo in cui l’ebook può essere utilizzato in maniera piuttosto dettagliata: per esempio impedirne la stampa e la copia e limitarne la lettura su un numero di dispositivi autorizzati. Si tratta di una tecnologia proprietaria Adobe e non deve stupire quindi che per leggere un ebook protetto da questo DRM sia necessario un ID Abode (e per ottenerlo occorre una registrazione) e che, nonostante sia compatibile con molti ebook reader, questo DRM non consenta la lettura né con il Kindle di Amazon, né con iBooks di Apple.
Così come i DVD possono essere rippati e i software crackati, anche i DRM che vincolano gli ebook possono essere (più o meno facilmente) eliminati, liberando il file da qualsiasi limitazione. Plugin, tutorial e tool di ogni genere non mancano
E allora?E allora bisogna essere consapevoli di tutto questo quando si acquista un ebook così come quando lo si pubblica.
Ci sono circostanze o ambiti in cui la necessità di protezione ha un valore tale da giustificare l’uso di una qualche forma di DRM.
Tuttavia, in linea di principio, un libro altro non è se non un contenitore che raccoglie e porta in giro delle idee e più se ne semplifica l’accesso, meglio è. Meglio è per l’autore, che vedrà il suo pensiero raggiungere gli altri; meglio è per il lettore, che potrà godere dell’esperienza della lettura nella maniera più personale e libera possibile; meglio è anche per l’editore, anche per motivi decisamente pragmatici: un cliente soddisfatto può diventare un cliente fedele e più un prodotto circola, più se ne amplifica la visibilità e se ne incoraggia l’acquisto.
Come lettori possiamo scegliere tecnologie, prodotti, formati più aperti possibili, senza vincolarci a produttori specifici. Per esempio, perché non acquistare un EPUB invece di un MOBI? Avremo un ebook più ricco, costruito utilizzando uno standard aperto e che non ci vincola a un unico ereader, spingendoci a scegliere prodotti da un unico negozio. Così, quando scegliamo un ebook, proviamo a considerare il social DRM come un modo per ripagare il frutto del lavoro di tante persone che hanno scelto di darci fiducia.
La rinascita delle avventure grafiche: intervista a Eleonora Bottini
Non si è ancora conclusa la campagna record di Kickstarter fatta da Tim Schafer – ex LucasArts che ci ha portato le meravigliose avventure di Monkey Island, Full Throttle e Grim Fandango – che la febbre per le avventure grafiche è sempre più alta. Chi ha giocato a titoli punta e clicca vede nella distribuzione digitale e nel crowdfunding la speranza di una rinascita di un genere per anni ignorato dal mercato di massa e quindi dalle case di produzione e distribuzione.
Eleonora Bottini
Se questo è il panorama internazionale, anche da noi le prospettive per le avventure grafiche made in Italy sembrano germogliare. Ce ne parla Eleonora Bottini, game designer, art director e scriptwriter di Nando’s World, avventura punta e clicca creata dal team italiano NHIM games.
Da una prima occhiata al tuo percorso formativo emerge un forte interesse in questioni psicologiche e sociali. Come sei approdata al mondo della produzione dei videogiochi?
Sono appassionata di narrazioni. Oltre a studiare a livello psicologico la loro funzione in contesti sociali, mi piace scrivere e immaginare storie. Questi due tipi di interessi verso la narrazione mi hanno fatto giungere al mondo dei videogiochi, che mi ha sempre affascinato per la particolare dimensione ludica, di apprendimento, competizione e immersione in mondi immaginari.
In che modo la tua formazione psicologica influenza il tuo lavoro di game designer e scriptwriter? Come si intrecciano psicologia, narrazione e videogiochi?
La mia formazione mi aiuta nel costruire personaggi e gruppi con una loro vita psichica. Gruppi con una propria identità, basata su particolari strategie di difesa nei confronti di desideri e di angosce della contemporaneità (desideri e angosce connessi ai cambiamenti sociali generati anche dall’innovazione tecnologica). E nel costruire personaggi con una propria personalità, modi di fare e pensieri connessi al ruolo che hanno assunto nel gruppo. Nella concezione psicologica che utilizzo come principale riferimento, le narrazioni hanno un valore vitale per la mente del gruppo e dell’individuo. Il concetto fulcro di riferimento è la funzione del “sognare” elaborata dallo psicoanalista inglese Wilfred Bion.
“Sognare” viene inteso come attività psichica di base, non comprende solamente i sogni che facciamo durante il sonno, ma tutta una serie di attività elaborative e creative del pensiero, messe in gioco da ogni individuo per metabolizzare gli stimoli esterni, interni e le relazioni tra questi. “Sognare” è mettere in relazione immagini, emozioni, pensieri. È una creazione di legami psichici interni, i quali (a loro volta) danno luogo a narrazioni. Performance culturali come il teatro, la letteratura e anche i videogiochi, sono attività che stimolano questa funzione mentale del “sognare”. Per me, oltre le differenze, c’è una significativa connessione tra questioni sociali, psicologiche e mondo dei videogiochi, dovuta alla comune necessità umana di creare legami tra immagini, pensieri, storie al fine di fare un’esperienza, provare emozioni ampliando il proprio vissuto. È questo ciò che mi affascina. Come costruiamo i nostri “sogni” e partecipiamo a quelli degli altri per farne un nostro personale sogno-esperienza.
Raccontaci un po’ di Nando’s World. Da dove è nata l’idea di questa avventura?
Nando’s World è un’avventura punta e clicca nata da un’idea mia e di Alberto Venditti, fondatore con Luca Vittucci della NHIM Srl. Insieme ad Alberto sono ideatrice, game designer e art director del gioco. Sono anche scriptwriter. L’idea del gioco è nata più di due anni fa in un bar di Trastevere, uno di quelli frequentati da persone del posto, non turistici. Alberto ed io riflettevamo su una possibile storia per un videogioco e quasi subito ci venne in mente un vecchietto, in un futuro non troppo lontano, in una società che ha dimenticato la vecchiaia.
Nando's World
Nel mondo di Nando invecchiare è proibito, per evitarlo è necessario assumere la pasticchetta Yo-Yo-Fe (Young Young Forever). Chi si rifiuta di farlo viene confinato nel Deserto Vuoto-Sacro 78c in “Città per vecchi”, cittadine dalle casette colorate, controllate dalle Guardie della Preservazione Giovinezza Artificiale. Nessuno lo afferma, perché ci sono interessi economici in ballo, ma è possibile (anche se non dimostrato) che prendere lo Yo-Yo-Fe impedisca di continuare a fare esperienza, cambiare ed evolversi.
La storia richiama alcuni geniali romanzi, come Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, o 1984 di George Orwell, o ancora Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip Dick. Autori che ammiro per tanti motivi e per la capacità di narrare come paradossi della società possano ostacolare l’esperienza individuale del sentirsi umani. In Nando’s World abbiamo ripreso uno scenario che richiamasse questo genere di storie, per narrare, in maniera favolistica, strategie per preservare il proprio senso di sentirsi umani. Strategie che possono sembrare assurde se viste dall’esterno, da chi è diverso. Per questo motivo, tra i tanti luoghi che possono esistere nel mondo di Nando, ci siamo soffermati sulla rappresentazione di contesti non conformisti.
Ci siamo ispirati anche ad Hayao Miyazaki per tentare di rappresentare la vita delle comunità nei luoghi che Nando attraversa. Amiamo, tra le tante capacità artistiche dell’autore giapponese, quella di costruire luoghi con una loro anima, uno spirito, un’identità.
A che punto dello sviluppo siete e quali sono i principali ostacoli che state affrontando in questa fase del progetto?
Adesso stiamo dando gli ultimi ritocchi grafici alle scene, finendo di montare gli asset, e facendo il beta testing. Più che negli ostacoli, la difficoltà sta nella complessità del prodotto, costituito da scene dipinte a mano proiettate in uno spazio tridimensionale, personaggi 3d con sofisticate animazioni, cinematiche in graphic novel per i video in-game, colonna sonora originale suonata da un gruppo di strumentisti (tromba, basso tuba, sax, pianoforte, voce, violoncello, mandolino e oboe).
Oltre alla complessità del prodotto, c’è poi la complessità della comunicazione con il team. Quasi tutto il lavoro viene svolto online; con i collaboratori stranieri abbiamo iniziato a lavorare prima di incontrarci di persona. È un grande lavoro realizzare una comunicazione e un’organizzazione che permettano di costruire un prodotto armonico con una sua specifica identità.
Quale piattaforma di gioco scegli tra computer, iPhone e console? Quali sono i tuoi titoli preferiti e quali sono i personaggi che più hai apprezzato per originalità e complessità?
Computer. Mi hanno colpito soprattutto le ambientazioni, per fantasia e originalità in Grim Fandango e per armonia e gusto dell’intrattenimento in Sam & Max.
Per quanto riguarda i personaggi, ti sembra che i soliti stereotipi di genere vengano perpetrati dall’industria videoludica oppure le cose stanno cambiando?
La tendenza generale è riprodurre stereotipi di genere, soprattutto nei personaggi femminili. È una questione culturale molto ampia; nella società sono stati necessari anni di lotte politiche e sociali perché si realizzassero cambiamenti sulle questioni di genere. Nel mondo dell’industria, considerato nella sua globalità al di là di scelte di gruppi particolari, le cose tendono a cambiare nel momento in cui diventa chiaro che sia possibile trarne benefici economici. In questa situazione generale hanno comunque un importante valore le idee e i tentativi di singoli e gruppi per modificare e non scivolare negli stereotipi esistenti.
Concludo con una domanda sulla cassetta degli attrezzi. Raccontaci quali sono i software o servizi indispensabili per il tuo lavoro quotidiano.
BasKet NotePads e Cmap per la gestione degli elementi di gioco, personaggi ed enigmi. OpenOffice Impress per le sandbox di gioco e OpenOffice Writer per la stesura del game design e dei dialoghi. Dropbox per la gestione degli asset grafici.
Telelavoro, questo sconosciuto?
Foto di Webponce
Abbiamo parlato degli innumerevoli vantaggi del lavorare da casa, della semplicità nel reperire gli strumenti software utili per poterlo fare e ci sembrava logico guardarci intorno e “contare” il numero delle persone che, in Italia e all’estero, hanno provato questa forma di lavoro.
Ci sembrava anche piuttosto semplice farlo: chiediamo all’Istat, cerchiamo in Rete pubblicazioni statistiche e “geolocalizziamo” i telelavoratori etichettandoli con un numero e una percentuale. E invece scopriamo che se è vero che fin troppo spesso i vantaggi del lavorare da casa sono sbandierati come la vera chiave di svolta e la panacea alla difficoltà di conciliazione lavoro-famiglia delle donne, è altrettanto vero che non esiste un quadro aggiornato in grado di far capire la diffusione del telelavoro in Europa.
Dopo esserci resi conto che in Rete abbondano soprattutto ricerche condotte da aziende private su campioni statistici poco significativi, abbiamo chiesto per l’Italia all’Ente deputato a monitorare molti aspetti della nostra vita, ovvero, l’Istat. Ci rispondono che il telelavoro non è attualmente oggetto di statistica. Il tentativo con il Ministero del Lavoro non è più fortunato, visto che ci invitano a leggere le tavole statistiche pubblicate periodicamente sul portale ma che non arrivano a disaggregare il dato fino alla voce telelavoro.
Siamo costretti, pertanto, a ripiegare sugli ultimi dati disponibili, ovvero quelli risalenti al e diffusi da Eurofound, secondo i quali in Italia sono solo il 3,9% degli occupati a telelavorare (poco più di 700mila persone) contro una media europea dell’8,4%. Prima la Danimarca (16%) seguita da tutti i paesi del Nord Europa che si attestano intorno al 14% e da Regno Unito (9,6%), Germania (8,5%), Spagna (8,4%) e Francia (7%).
Anche prendendo in esame l’utilizzo saltuario del lavoro domiciliare (di chi lavora a distanza per almeno otto ore al mese) l’Italia conquista la maglia nera attestandosi quasi in fondo alla lista dei Paesi europei. Molto diversa la situazione negli Stati Uniti dove esiste una cultura ben più radicata del lavoro a distanza che rappresentava nel 2007 già il 16,5% della forza lavoro (quasi 22 milioni i teleworkers per almeno un giorno alla settimana).
Riguardo la tipologia del telelavoratore europeo dai dati emerge che questo è uomo, solitamente con un lavoro qualificato (in prevalenza di tipo tecnico) mentre quello americano è ancora uomo, 49enne, laureato e con mansioni non dirigenziali. Nell’anno in cui i dati sono stati rilevati si legge una previsione di crescita esponenziale del telelavoro entro il 2011. Crescita (o decrescita, chissà) per la quale non c’è stato alcun interesse di rilevazione.
Come non ci sono state forme di incentivazione al lavoro remoto (almeno in Italia) se non attraverso progetti sperimentali – attuati soprattutto nelle Pubbliche Amministrazioni – che rischiano di trasformare i rari telelavoratori in “oggetti da teca del museo del lavoro innovativo”. Peccato, perché sui vantaggi del telelavoro non mancano certo analisi dettagliate e numericamente misurate.
Facebook per tutti, una guida per divertirsi in sicurezza
“Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita”
Facebook per tutti
È la presentazione del social network più famoso del mondo, a cui si affianca l’invito a registrarsi, ad entrare, a non rimanere fuori da questo luogo dove non si paga il biglietto d’ingresso perché “È gratis e lo sarà sempre”. Ma, una volta diventati “FaceCittadini”, cosa si fa, come ci si comporta, che rischi si corrono? A queste domande risponde in maniera chiara e sintetica Chiara Cini nelle 160 pagine del suo libro “Facebook per tutti – guida per divertirsi in sicurezza” (Apogeo edizioni, prezzo di copertina €9.90).
La guida, fin dal primo capitolo, si legge piacevolmente perché non usa un linguaggio tecnico ma soprattutto perché, pur trattando argomenti all’apparenza banali per chi su Facebook ci vive già, in realtà rivela cose di cui si ignora l’esistenza. Sfogliando le pagine ci si imbatte così non solo in spiegazioni passo-passo che vanno dal login iniziale alle ben più complesse impostazioni sulla privacy, ma anche in raccomandazioni sulle quali riflettere prima di accomodarsi in un luogo amichevole ma insidioso se poco conosciuto. Mettiamo quindi il nostro Mi piace sulla guida e lasciamo la parola all’autrice.
Questo è il tuo primo libro. Perché hai pensato di scegliere come protagonista Facebook?
Nonostante ormai abbia festeggiato il suo ottavo compleanno e abbia superato gli 800 milioni di iscritti, non tutti lo sanno utilizzare al 100% delle sue potenzialità. Tra i vari social network è sicuramente uno dei più complessi: le cose che si possono fare al suo interno sono molto varie e le opportunità che offre infinite e in continua evoluzione. Anche se condensarlo in 140 pagine ha richiesto comunque una selezione, mi piace pensare che leggendolo le persone possano scoprirne aspetti che non conoscevano e forse non immaginavano nemmeno.
Inoltre il delicato tema relativo alla privacy andrebbe approfondito seriamente da chiunque: proteggere i propri dati è un aspetto importante ed è consigliabile adottare i molti strumenti, spesso sconosciuti ai più, che Facebook offre a questo scopo.
Qual’è l’atteggiamento più “abominevole” che ti ha fatto pensare alla necessità di una guida all’uso sicuro di Facebook?
L’allarmismo. Spesso si diffondono bufale improbabili con eccessiva facilità. “Presto: fate clic qui, poi fate due clic là, poi battete i talloni tre volte e fate un giro su voi stessi o Facebook vi ruberà tutto. Girate a tutti i vostri contatti!”. Insomma, spesso si diffondono allarmi relativi a questioni a volte false altre volte reali, che sono però verificabili facilmente senza entrare in panico. La cosa più “abominevole” è che qualche volta li diffondono persone che Facebook lo usano quotidianamente anche per motivi di lavoro e allora penso che alcuni temi toccati all’interno del libro possano essere utili anche a utenti che lo conoscono già da tempo.
Per convincere un amico ad iscriversi a Facebook cosa diresti?
Amico, cosa ci fai da solo là fuori? Capisco l’ansia per la tua privacy e non ti invito a raccontare i tuoi segreti più intimi. Ma hai lasciato la tua email con molta più facilità ai peggiori supermercati, se la lasci a Facebook e inizi a osservare come è cambiato il mondo che male ti farà? Forza, leggi il Capitolo 6 del mio libro e poi buttati e osserva ciò che accade in quelle pagine bianche e blu.
Ti innamorerai della facilità con cui potrai fare cose che prima richiedevano più tempo e denaro.
Se dovessi dare un unico consiglio al popolo di Facebook, quale daresti?
Popolo di Facebook, ascolta Facebook: scoprirai cose meravigliose se ti soffermerai a leggere le risposte che si trovano passando il cursore sui vari elementi.
Immagina una situazione surreale: qualcuno ti costringe a scegliere di restare su un unico social network. Quale sceglieresti tra Twitter, Facebook, Pinterest…?
Che catastrofe! Immagino che messa alle strette sceglierei Facebook. Prevedibile?
Principalmente i motivi sono due: è il social network che mi consente una più ampia gamma di azioni rispetto ad altri strumenti “verticali” o più specializzati su un’unica attività, e inoltre è il luogo online dove in assoluto è più probabile trovare chiunque io cerchi.










